Roberto Bianconi Photographer

Chi sono...

Roberto traduce il mondo in immagini fin da bambino, quando comincia a utilizzare la sua prima fotocamera trovata in casa, o forse regalata ... la provenienza, in realtà, è poco importante. E' una Yashica e lui ha 8 anni. E' subito amore incondizionato, una vera e propria magia: può catturare il tempo e inchiodarlo per sempre, può sorprendere accenni di vita, può scrivere storie su film di poliestere usando soltanto la luce.

E di luce in Africa, dove è cresciuto, ne ha vista e fotografata tanta: quella rossa, ancestrale, dei tramonti d'estate, quando il sole grande e infuocato viene ingoiato da una terra profumata e vitale e lascia tutto intorno il tremolio dell'aria quasi fosse un miraggio; quella bianca, capricciosa, cangiante, di migliaia di farfalle, grandi, tutt'attorno nelle ore di gioco tra bambini vocianti nei pomeriggi di Yaoundé; quella dei controluce che sfinano la silhouette degli uomini, fino a renderli esili, filiformi, alti e fieri, mai addomesticati, guerrieri Masai; e quella verde, finta, delle lampade al neon nello spaccio soffocante di un campo base qualunque, cartoline da mandare in Italia per un saluto superficiale o anche solo per qualche notizia dal Cameroun.

Ma la luce vive con le ombre. E anche quelle Roberto ha fotografato. A volte con la pellicola altre solo con la memoria.

Non sempre le passioni diventano un mestiere, spesso la vita ci porta a fare altro e nel suo caso il destino e le scelte vogliono che egli volga altrove lo sguardo, almeno per un poco. A 18 anni diventa pilota, si ... aviatore, come ogni bambino almeno una volta nella vita ha sognato. Volando guarda l'infinito in faccia, vede il mondo dall'alto, si allena a raccogliere immagini da insolite prospettive. Vola ma non smette mai di scattare. E poi, un giorno, anni dopo, decide di atterrare.

Ora la sua vita sono le sue figlie e la sua fotografia. Quella che descrive senza violare, quella che lascia tracce senza scavare, quella che racconta senza urlare, che si fa carico per consolare, che decisa alza la mano per dare voce a chi altrimenti non potrebbe parlare. La fotografia come strumento sociale, come impulso viscerale e profondo per conoscere e per cambiare. Una fotografia che non dà risposte ma, anzi, è occasione per interrogarsi, per domandare. Roberto non è il primo, non è il solo e non conta se sia il migliore. Ma è certamente l'unico ad avere quel serio, raffinato, acutissimo sguardo. E poco importa quale sia il soggetto o il contesto in cui si trova a lavorare: che sia un ritratto per un editoriale o un reportage tra le macerie di una delle tante insensate guerre, quello che Roberto riesce a cogliere e a rappresentare è l'umanità più profonda e più vera che, malgrado tutto, al suo obiettivo benevola si concede, perché lui la possa per sempre tramandare.

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